header.fw

MODELLO TEORICO

MODELLO TEORICO-OPERATIVO DI RIFERIMENTO

AUTORI: Rosario Capo ed Antonio Attianese, 2016 ©

Introduzione

Nel contesto della tutela della salute l’approccio biomedico, fortemente influenzato dal dualismo mente-corpo, ha ricevuto da sempre, soprattutto in Occidente, un grande risconto nel consesso scientifico internazionale. In tempi ancora relativamente recenti, però, si sta verificando un cambiamento di prospettiva nell’approccio classico a questa problematica.

Difatti, il modello biomedico tradizionale, orientato in senso prevalente alla cura e al quale sottende una visione dell’uomo riduzionista e, come già detto, dualista, sta perdendo terreno rispetto al più complesso ed olistico modello bio-psico-sociale, che sembra rendere maggiormente ragione della ricchezza e della complessità umana (Engel, 1977).

Le principali differenze tra i due modelli, che in parte spiegano il mutamento in corso, consistono nel fatto che, mentre il modello biomedico interpreta la salute come assenza di sintomi e, ribadiamo, considera l’individuo secondo il principio dualista mente-corpo, il modello bio-psico-sociale vede la persona come una totalità in relazione al suo mondo ed interpreta la salute come uno stato di equilibrio dinamico e di benessere fisico, psicologico e sociale(OMS, 1946).

Da quanto appena affermato, si evince che la salute non è più definita in termini negativi, come assenza di sintomi, ma in termini positivi e proattivi, cioè come uno stato ideale al quale ci si può approssimare progressivamente e che va mantenuto lungo tutto l’arco della vita.

In questa concezione del binomio salute-malattia, viene sottolineata la responsabilità e l’attività dell’individuo, che, con il suo comportamento e la sua personalità, gioca un ruolo determinante nella genesi e nel mantenimento del proprio benessere. Quest’ultimo non è quindi uno stato sperimentato passivamente ma il risultato di attivi tentativi dell’individuo di sviluppare e mantenere risorse personali, sociali e fisiche funzionali a rispondere alle diverse esigenze poste dagli eventi che si trova a fronteggiare nella vita (Vonken e Sibilia, 1993).

La ricerca circa i fattori ed i processi che sono in grado, quando opportunamente promossi, di tutelare e incrementare lo stato di salute psico-fisica dell’individuo, è ulteriormente supportata dall’osservazione di un crescente aumento di morbosità e mortalità dovuta alle malattie cronico-degenerative, quali le malattie cardiovascolari, considerate oggi in larga misura prevenibili.  Attualmente si riconosce, infatti, che questo tipo di malattie è in gran parte provocato dai comportamenti specifici delle persone, come le abitudini giornaliere e gli stili di vita, e da fattori psicosociali quali, ad esempio, le condizioni esistenziali e lo stress psico-emotivo.

Da questi assunti, consegue che nel modello bio-psico-sociale, il problema clinico presentato dal soggetto, non è considerato solo come un sintomo da rimuovere, subìto passivamente, quanto la manifestazione di una distorsione (discrepanza/disarmonia e conseguente disagio) dell’adattamento individuo-ambiente che può essere superata fornendo al soggetto le risorse necessarie per riequilibrare il rapporto tra le esigenze poste dalla situazione e le capacità personali di fronteggiamento

Da un punto di vista delle procedure d’intervento, considerando la salute come armonia dinamica tra diverse variabili interagenti, il modello bio-psico-sociale ha promosso un grande interesse per quei fattori (protettivi), sia di ordine personale che ambientale (sociale), che possono giocare un ruolo di tutela per l’equilibrio individuale. Questi fattori, nell’approccio preventivo-promozionale, diventano oggetto di promozione, con l’obiettivo di favorire la salutogenesi generale e la prevenzione del disagio psico-fisico.

In questo senso, diversi programmi di ricerca hanno evidenziato l’esistenza di alcune risorse psicologiche individuali che, se possedute, sono in grado di incrementare e mantenere lo stato di salute dell’individuo anche in situazioni di particolare stress.

Nonostante queste ricerche abbiano rintracciato numerosi elementi di tutela della salute psichica, sembra che gli autori concordino sulla particolare importanza di quattro fattori protettivi: l’autostima, la competenza di autocontrollo, la competenza sociale e la competenza nella soluzione dei problemi (cfr. Rocchetta Tofani, 1991).

Attualmente è stata superata la vecchia dicotomia tra mentale e organico. Si è constatata l'esistenza di un rapporto di reciprocità, più profondo di quanto si fosse supposto, tra il nostro stato generale, le funzioni del nostro organismo e le nostre cognizioni, i nostri stati d'animo e il nostro benessere mentale.

La moderna psicologia della salute e la medicina comportamentale, elaborate in base alle idee biopsicosociali di G.L. Engel (1977) e ai concetti generali di adattamento di H. Selye (1956), forniscono le prove documentali dei diversi modi in cui i pensieri, le reazioni emotive e i comportamenti sono strettamente intrecciati alle malattie, alle lesioni e all'omeostasi fisiologica. Inoltre le nozioni moderne della psicologia della salute hanno superato l'artificiosa dicotomia tra natura ed educazione. Più si progredisce nella scoperta dei fondamenti biologici degli stati mentali e del comportamento, più si comprende il modo in cui queste tendenze biologiche si esprimono nell'ambiente familiare, sociale e culturale.

Gli esperti riconoscono sempre più frequentemente l'importanza complementare della prevenzione e del trattamento. Un metodo di cura della malattia - che la si voglia chiamare mentale od organica - si rivelerà in definitiva inefficace se non è associato a uno sforzo di prevenzione. Per es., nella cura di una disfunzione mentale una terapia a base di farmaci è destinata a fallire se il paziente non può reinserirsi in un ambiente psicosociale idoneo. D'altro lato, la prevenzione non può ragionevolmente ignorare l'opportunità di certi rimedi fisiologici.

Si ritiene sempre più spesso che lo stress sia il risultato di una complessa interazione tra la persona, l'ambiente, la struttura sociale di supporto e la cultura. È stato dimostrato che in ambienti sani l'incidenza e il rilievo tanto dei disturbi mentali quanto delle malattie organiche tendono a declinare. Vi sono inoltre molte significative variazioni a seconda dell'età, del sesso, della famiglia e della società. Vale a dire che per capire a fondo e migliorare la salute di una persona dobbiamo conoscere la sua costituzione fisiologica e psicologica, ma anche la sua età, la sua famiglia, il suo lavoro e la posizione che occupa nella società.

Le relazioni esistenti tra stili coerenti di risposta psicologica e salute fisica sono ipotizzate in diversi modelli interpretativi (Personality and disease 1990; Friedman 1991). Secondo un PRIMO MODELLO di tipo biologico, l'assetto della salute fisica e quello della salute mentale sono influenzati dalle risposte biologiche date dall'organismo a influenze genetiche, pre- o peri-natali, del primo o del successivo ambiente biologico; la gamma degli esempi va dalle anomalie genetiche alle influenze ormonali e alla reattività fisiologica costituzionale.

Il SECONDO MODELLO, che prende in considerazione lo stress e la capacità di affrontarlo, suggerisce che alcune persone hanno più difficoltà ad affrontare le tensioni della vita moderna e che quindi si ammalano più facilmente; per es. qualcuno reagisce alle tensioni assumendo un atteggiamento di ostilità cronica, che può causare un'eccessiva attivazione del sistema nervoso autonomo e/o dell'asse pituitario-adrenale-corticale, e di conseguenza la malattia.

Il TERZO MODELLO è incentrato sul comportamento e suggerisce che certe persone tendono ad adottare comportamenti malsani o hanno una scarsa attitudine a comportarsi in modo sano: propendono più facilmente a fumare o ad abusare dei medicinali, a seguire una dieta alimentare povera, a non svolgere una regolare attività fisica, e quindi difficilmente mantengono la salute e raggiungono la longevità. Secondo una variante di questo modello, alcune persone tendono con più facilità a trovarsi in situazioni stressanti o pericolose o a non disporre di forti legami affettivi. Tutti e tre i modelli si sono dimostrati utili alla comprensione della psicologia della salute.

Il recupero della visione olistica dell’uomo e del suo benessere: la Medicina Comportamentale

La Medicina Comportamentale è una disciplina scientifica nata negli Stati Uniti verso la metà degli anni Settanta del 20° sec., basata sull’osservazione che il rischio di contrarre malattie fisiche diminuisce con la capacità di gestire e regolare efficacemente gli stati emotivi. Già negli anni Sessanta, infatti, indagini epidemiologiche svolte negli USA e in Gran Bretagna avevano dimostrato un legame statistico significativo tra stati emotivi repressi (soprattutto la rabbia) e il cancro al polmone.

Grazie agli studi pionieristici dello psichiatra americano Donald Dudley, seguito poi da numerosi altri, è stato scoperto che gli stati emotivi modificano l’attività del sistema nervoso (sia di quello centrale sia di quello periferico autonomo) e del sistema endocrino, e che tra questi due esistono strette e complesse interazioni reciproche che possono portare a disturbi fisici sistemici, soprattutto a causa dell’incremento della produzione di ormoni dello stress (cfr. psico-neuro-endo-crino-immunologia).

La M.C. si interessa quindi di patologie tra loro assai differenti ma che evidenziano, sul piano eziopatogenetico o della cronicizzazione, un comune elemento di natura psicologica come, per es., l’ansia, lo stress o gli stili di vita rischiosi per la salute: così, malattie come l’AIDS, le cardiopatie, i disturbi alimentari o l’obesità, l’enuresi, il dolore cronico, le malattie respiratorie e le principali malattie psicosomatiche, ma anche il cancro e le malattie autoimmuni, sono poste in relazione a condotte psicologiche di fronteggiamento errato o disfunzionale dello stress ambientale, personale o interpersonale.

In tal senso l’approccio è simile a quello della Psicosomatica. L’intervento clinico consiste perciò in una consulenza psicologica che, a fianco degli opportuni presidi medicochirurgici, aiuta il paziente a modificare pensieri, emozioni e stili di vita correlati all’insorgenza e al mantenimento del disturbo fisico.

La Psicosomatica

Con tale termine si indica una corrente di pensiero che indaga il ruolo svolto dai fattori di ordine psicologico nei processi di malattia e di guarigione. La P. è sorta in seno alla psicanalisi, ma ha trovato il terreno preparato dai contributi d’ordine neurofisiologico dimostranti l’attitudine degli stati emotivi a indurre risposte biochimiche, capaci d’investire il settore metabolico e quello ormonale e di tradursi in alterazioni funzionali, come vasocostrizioni e ipertensione arteriosa, spasmi della muscolatura liscia e anche, a lungo andare, lesioni tessutali. La P. costituisce un tentativo di affrontare la realtà della malattia riconsiderando il dualismo psiche-soma, se esso possa essere superato, ed eventualmente sino a che punto.

Nella ricostruzione della biografia clinica del malato, accanto agli elementi anamnestici tradizionali, la P. prende in considerazione gli avvenimenti di particolare importanza per la strutturazione della personalità, come il tipo di assistenza ricevuto nella prima infanzia, gli eventuali traumi psichici dell’infanzia e dell’adolescenza, le caratteristiche dell’ambiente affettivo familiare e delle varie figure che lo integrano, le esperienze emotive relative alla vita sentimentale e lavorativa.

Nel trattamento, accanto ai problemi d’ordine organico, che nei casi acuti hanno ovviamente la precedenza, prende in considerazione, con le tecniche opportune (psicoterapeutiche o psicofarmacologiche), le polarizzazioni sentimentali, ansiose o emotive che li sostengono. Per i collegamenti esistenti tra tensioni emotive e sistema neurovegetativo, il campo di maggior interesse per la P. è costituito da quelle affezioni nelle quali è elemento essenziale o concomitante un’alterazione dell’innervazione vegetativa: affezioni dell’apparato digerente (aerofagia, cardiospasmo, coliti, malattia ulcerosa dello stomaco o del duodeno), dell’apparato cardiovascolare (sindromi pseudo-anginoidi, ipertensione arteriosa), dell’apparato respiratorio (asma), del tegumento cutaneo (dermatosi, alopecia), della sfera sessuale (dismenorrea, impotenza, frigidità, dispareunia).

Eziopatogenesi

Studi sulla biologia dello stress e sul rapporto tra stress e malattie testimoniano le complesse relazioni tra cervello e sistemi periferici dell’organismo (psico-neuro-endo-crino-immunologia). Reazioni emozionali e stress si associano a modificazioni dei sistemi nervoso periferico, neurovegetativo, neuroendocrino ed immunitario, favorendo, in determinati casi, una maggiore suscettibilità a varie malattie.

Condizioni predisponenti o precipitanti una malattia possono essere: (a) situazioni di aumentato stress esistenziale, come eventi di perdita affettiva; (b) condizioni di stress emozionale acuto, intense, prodotte da eventi soggettivamente importanti; (c) ridotta capacità della personalità a esprimere apertamente le reazioni emozionali, tendendo a sopprimere rabbia e tensione; (d) condizione prolungata di depressione, mancanza di un adeguato supporto affettivo e conseguente senso di solitudine.

Primariamente lo stress è stato definito in termini di risposta dell’organismo a particolari stimoli disturbanti e/o nocivi (Selye, 1993). Enfatizzando la risposta dell’organismo come criterio di definizione del fenomeno, gli autori parlano di stato di stress,di essere sotto stress, essere esaurito, essere destabilizzato(Derogatis e Coon, 1993).

In questo senso, lo stress appare come una sindrome psicofisiologica che sopraggiunge nell’organismo in reazione ad agenti nocivi o quantomeno altamente perturbanti l’equilibrio psicofisico del soggetto agente (stressori), in grado di produrre una serie di reazioni nell’individuo, registrabili attraverso parametri biologici (es.: aumento della pressione sanguigna, tachicardia, ecc.) (Doctor e Doctor, 1994).

Il rappresentante più autorevole di questa prospettiva teorica, Hans Selye (1978), denomina stressori (o fattori stressanti), tutti quegli stimoli che, a causa della loro intensità, nocività e permanenza nel tempo, sono in grado di produrre una risposta dell’organismo definita come Sindrome Generale di Adattamento (SGA). Secondo Selye, un soggetto che presenta questa sindrome è presumibilmente in uno stato di stress. Lo stress risulta essere, quindi, la conseguenza sull’organismo dell’esposizione a stimoli nocivi intensi e/o perduranti (chiamati stressori) di qualsiasi genere e natura (Hinkle, 1973).

Lo stress non coincide, nella presente definizione, con le richieste ambientali, ma si riferisce a una serie di processi e reazioni fisiologiche di difesa, comuni a tutti gli individui, prodotte da ogni sollecitazione adattiva (incluse minacce psicologiche rispetto ai propri desideri, bisogni, scopi e valorisoggettivi) (Lazarus e Folkman, 1984). L’aspetto che risulta particolarmente interessante negli studi di questo approccio è che non solo eventi negativi possono attivare queste risposte difensive di ordine biologico, ma qualsiasi richiesta (anche autoindotta) di cambiamento e riadattamento.

Selye (1993), parlando della Sindrome Generale di Adattamento, ne descrive tre fasi costitutive. In un primo momento, nell’incontro con uno stressore, l’organismo attiva una “Reazione di allarme”, durante la quale l’individuo, in concomitanza con i primi segnali di tensione, sopraggiunti al primo approccio con lo stimolo nocivo, si prepara a rispondere alla minaccia. Nel secondo stadio del processo, definito “Resistenza”, l’organismo cerca di evitare (fuga) o di combattere lo stressore. Nel caso in cui le risorse dell’organismo risultassero inefficaci o insufficienti, l’individuo passerebbe in uno stato di “Esaurimento”, che può avere importanti conseguenze per l’organismo, in quanto, secondo l’autore, i tessuti sarebbero soggetti a danneggiamento ed il rischio di morte risulterebbe altamente accresciuto (Niven, 1990).

Ciò che tale approccio ha messo efficacemente in luce, in breve, è come lo stress continuativo possa produrre danni fisiologici anche rilevanti. L’organismo, difatti, manifesta le reazioni di stress attraverso l’innalzamento della pressione sanguigna, l’aumento nella produzione di adrenalina, il battito cardiaco accelerato, l’aumento nel numero dei globuli rossi, alterazioni gastro-intestinali, ecc. che, se perduranti, possono cronicizzarsi, stando ai dati di Selye, in vere e proprie sindromi di rilevanza clinica (Selye, 1993).

 
La Sindrome Generale di Adattamento
 

Capture

Fonte: Vonken e Sibilia, 1993, p. 40

 

Pur sottolineando le possibili conseguenze patologiche dello stress, Selye (1978) si rese conto del fatto che, in qualche modo, lo stress è una condizione essenziale e inevitabile per l’organismo. Difatti, come riferisce l’autore, un livello troppo basso di stress risulta allo stesso modo negativo. A tale riguardo, Selye distingue tra “eustress”, o stress positivo, e “distress”, o stress eccessivo, che corrisponde all’esaurimento delle risorse dell’organismo e ad intensa sofferenza psicofisica.

Relazione tra eventi problematici e salute: meccanismi psicofisiologici connessi allo stress

Ad una prima visone d’insieme è importante premettere che non tutti gli eventi della vita sembrano essere correlati allo stesso modo con aumento di rischio di malattia psicofisica. Ad esempio, sembra che gli stress acuti e ridotti nel tempo abbiano minori ripercussioni sulla salute data la possibilità di recupero dell’individuo al termine dell’evento stressante (Sibilia, 1999). A tale riguardo, si ritiene (Selye, 1978) che l’organismo umano sia grandemente predisposto, psicologicamente e fisiologicamente, a resistere a stress acuti grazie a meccanismi psicofisici preprogrammati di allarme e di difesa.

Ciò non toglie che anche gli eventi problematici e stressanti acuti e di breve durata possano essere dannosi. In modo particolare, è stata riscontrata una correlazione tra stress acuti e maggiore vulnerabilità alle malattie infettive (Sibilia, 1999). È esperienza comune che dopo un forte dispiacere, come in concomitanza con uno sgradevole litigio, si sperimenti una condizione anomala che può andare da un malessere transitorio ad una malattia infettiva comune, quale: influenza, raffreddore o infiammazione dentaria. È noto che tale effetto è dovuto ad una transitoria diminuzione delle difese immunitarie per cui l’esposizione a germi e virus, comunque presenti nell’ambiente anche prima dell’evento, può favorire l’insorgenza di malattia (Bandura, 1996b).

Gli stress cronici, invece, risultano tra i fattori di rischio più rilevanti nella genesi dei disturbi patologici più diffusi nei paesi industrializzati, insieme alle abitudini di vita relative all’alimentazione, al riposo e all’attività fisica. Si tratta delle malattie così dette cronico-degenerative, cioè le malattie cardiovascolari, i tumori, le broncopneumopatie croniche ostruttive, le malattie croniche dell’apparato digerente, come la cirrosi epatica, le malattie infiammatorie intestinali croniche, ecc. Nell’insieme, va sottolineato che queste malattie costituiscono circa il 70% delle cause di morte in una popolazione come la nostra (Vonken e Sibilia, 1993).

Holmes e Rahe (1967), hanno verificato un’impressionante relazione tra quantità e intensità di eventi problematici e stressanti in un dato periodo di tempo e successivo aumento di rischio per la salute nei dieci anni successivi. Gli autori hanno verificato anche che lo stress può aumentare il rischio di incidenti in quanto riduce le capacità attentive e la concentrazione, nonché le energie psicofisiche generali.

Interessanti correlazioni sono state evidenziate anche tra eventi acuti che hanno una risonanza a lungo termine, come la perdita di una persona amata, e gravi rischi per la salute. Si è verificato che la percentuale di mortalità aumenta del doppio nella popolazione di individui vedovi rispetto a un campione simile con il coniuge ancora in vita (Gergen e Gergen, 1990).

Tali risultati sconcertano la comunità scientifica internazionale. I tentativi di spiegare queste correlazioni non sono né semplici né universalmente accettati. Mentre sembra più facile concordare circa la correlazione tra indicatori di adattamento nell’area sociale e psicologica (funzionalità sociale e benessere soggettivo) ed eventi problematici della vita, è molto più arduo dare ragione della correlazione tra stress e salute fisica (Lazarus, 1991).

Il profondo e sistematico stato di tensione sperimentato da certi soggetti più predisposti allo stress può, inoltre, dare luogo a schemi comportamentali che inducono l’individuo a condotte di evitamento nei riguardi delle situazioni che sono fonte di ansia e preoccupazione (Meichenbaum, 1990). Tali modelli di fronteggiamento possono avere implicazioni negative sulla performance lavorativa e sui rapporti sociali, in quanto tendono a sollevare dalla sofferenza emozionale soltanto nell’immediato ma non permettono un’adeguata riorganizzazione del comportamento in funzione di gestire efficacemente il problema, ma piuttosto possono mantenere inalterata la situazione problematica ed il relativo distress associato più a lungo del dovuto.

Quando lo stress perdura a causa della difficoltà da parte della persona a superare il problema, l’ansia che ne deriva può avere non soltanto importanti conseguenze sul funzionamento sociale dell’individuo ma provocare anche evidenti manifestazioni psicosomatiche quali coliti o dermatiti (Beck e Emery, 1988).

Relativamente alla salute fisica,ad ogni modo, non tutti i ricercatori ammettono la possibilità che lo stress psicosociale, connesso agli eventi problematici della vita, possa influire sulla dimensione somatica in modo rilevante. Soprattutto in ambito medico si osserva una forte resistenza ad accogliere un paradigma olistico di interpretazione del disagio psicofisico. Tuttavia sono state individuate evidenti correlazioni tra esperienze stressanti e rischio per la salute (Holmes e Rahe, 1967) che abbisognano però di un quadro teorico in grado di darne ragione.

In letteratura si riscontrano due grandi modelli di interpretazione della possibile connessione tra stress negli eventi problematici e salute fisica. Il discorso rientra in un campo di indagine e speculazione teorica più ampio, che riguarda il rapporto tra emozioni e salute. Partendo dalla stessa premessa, e cioè dell’esistenza di una relazione tra stati emozionali e modifiche neurofisiologiche nell’organismo, sono stati sviluppati (a) il modello specifico e (b) il modello della suscettibilità generale (Lazarus, 1991).

Il modello specifico, segue la scia delle scoperte epidemiologiche degli inizi del ‘900 relative all’esistenza di batteri in grado di causare malattie specifiche, si fonda sul principio che ogni disturbo ha una sua causa peculiare e particolare. Gli autori di questo approccio hanno individuato nei potenziali agenti nocivi dell’ambiente, o in specifiche predisposizioni e vulnerabilità dell’organismo, i fattori di insorgenza di disagio psicofisico. In modo particolare, secondo tale modello, così come si può individuare un agente causale specifico per ogni disordine psicofisico, allo stesso modo, si può individuare uno specifico stato emozionale o personalità per ogni malattia (Lazarus, 1991). A tale riguardo, si è tento più volte di individuare i tipi di personalità maggiormente predisposte all’ulcera, alle cardiopatie, ai tumori, ecc. La spiegazione della malattia che assume il modello specifico postula che i processi emotivo-fisiologici, associati ad esempio ai problemi cardiaci, siano differenti da quelli associati al cancro o alle malattie infettive. Mentre ogni stato emozionale spiacevole può avere una connessione diretta con la malattia specifica i sentimenti positivi, quali la gioia e l’ilarità, sono ritenuti capaci di per sé di proteggere la salute e/o di incrementarla.

Scarse verifiche scientifiche hanno però supportato le suggestive ipotesi del modello specifico (Lazarus, 1991). L’evoluzione degli studi epidemiologici ha fatto si che ci si rendesse conto che la presenza di virus o batteri nell’ambiente fosse un fattore necessario, ma non sufficiente, per l’insorgenza di un particolare disturbo. Allo stesso modo, si è appurato che nello sviluppo di un disagio specifico interagiscano più variabili nel determinare gli esiti patogeni e non costituisca un fattore sufficiente la particolare alterazione fisiologica associata a stati emozionali negativi e perduranti.

Ad esempio, lo studio sul sistema immunitario ha evidenziato che il rischio di malattia connesso con la presenza di virus nell’ambiente può diventare una manifestazione sintomatologia nel caso in cui le difese dell’organismo risultino al momento attuale insufficienti a contrastare gli stimoli nocivi: i virus sono diffusamente presenti nell’ambiente e chi è immune non si ammala facilmente (Gergen e Gergen, 1990).

Ad ogni modo, attualmente si riconosce il merito al modello specifico di aver messo in luce come ogni emozione abbia uno specifico modello di attivazione neurovegetativa e di produzione ormonale. Ciò che non è stato riscontrata è una correlazione diretta tra questi e uno specifico disturbo fisico.

Il fatto che la causa delle malattie è tanto specifica quanto influenzata da fattori multipli, ha aperto il campo ad ulteriori interpretazioni dei fattori di causalità per il disagio psicofisico. A tale riguardo, il modello della suscettibilità generale afferma che alterazioni croniche e severe degli equilibri interni dell’organismo, come risultato di esperienze stressanti e di emozioni spiacevoli e di difficile gestione, accresce la generale suscettibilità del soggetto nei confronti di ogni tipo di malattia. Secondo questo modello la relazione tra individuo e ambiente costituisce in ogni caso un fattore cruciale per la salute e la malattia sia fisica che psichica. La malattia, cioè, risulta essere in gran parte un risultato di transazioni che si sviluppano nel tempo tra fattori dell’individuo e fattori ambientali (Lazarus, 1991).

Il modello della suscettibilità generale, partendo dall’osservazione che le emozioni si accompagnano a cambiamenti rilevanti nella neurochimica corporea, ha cercato di spiegare i meccanismi con i quali questi cambiamenti possono incrementare il rischio di malattia.

Gli studi di Selye (1993) sulla Sindrome Generale di Adattamento, come reazione aspecifica di fronte a ogni situazione problematica soverchiante per l’individuo, ha messo in luce alcuni meccanismi implicati nell’aumento di rischio per la salute. Sembra, infatti, che al riconoscimento di una minaccia per il proprio benessere, segnalata in massima parte dalla novità e dall’attuale non controllabilità dell’evento, si accompagni un’evidente attivazione dell’organismo nella sua totalità come meccanismo evoluzionisticamente pre-programmato, diretto alla difesa nei confronti del pericolo. Al riconoscimento di un evento difficoltoso e fonte di ansia, si verifica un’intensa attività secretoria della corteccia surrenale, una attivazione inusuale del sistema neurovegetativo, catecolaminergico e degli oppioidi endogeni. Se da una parte questa mobilitazione difensiva permette uno stato di allerta che è funzionale all’attivazione delle proprie risorse di fronteggiamento della difficoltà, quando perdurante nel tempo, incrementa la suscettibilità ad ogni malattia. Gli studi sul sistema immunitario, come già accennato, hanno messo in luce che la percezione da parte di un individuo di essere sopraffatto dalle difficoltà e dai problemi della vita, influisca pesantemente sulla funzionalità di questo sistema. La percezione di vulnerabilità e inefficacia nel controllo degli eventi problematici sarebbe positivamente correlata, dunque, con maggiore rischio per l’insorgenza di malattie, in modo particolare per malattie infettive (Bandura, 1996b).

La spiegazione del perché diversi individui sviluppino differenti disturbi è spiegata dal modello stress/diatesi (Perris, 1996, 23). Secondo questa visione si ritiene che dietro l’influsso di fattori genetici, degli stili di vita e di diversi eventi o agenti nocivi, ognuno di noi acquisisca una vulnerabilità peculiare nei confronti di qualche organo o sistema biologico e psicologico. L’incontro con eventi stressanti, soprattutto quando cronici, può interagire con questa vulnerabilità nell’accrescere il rischio di disagio psicofisico.

Attualmente, il modello generale di stress diatesi ha ricevuto un grande interesse dalla comunità scientifica, sia medica che psicologica. Molti sono stati i tentativi di produrre piste di lettura della causalità di malattia sulla base di questi approcci. Anche per disturbi pesantemente influenzati da fattori genetici si è riscontrata la possibilità e l’opportunità di valutare i fattori psicosociali di resilienza e di vulnerabilità per spiegare la possibile insorgenza di disagio psicofisico soprattutto in concomitanza con eventi di vita problematici.

Un esempio è la visione interattiva per lo studio delle manifestazioni patologiche proposta da Perris (1996). Secondo questo autore, per comprendere come mai alcuni eventi risultino in uno specifico disturbo, vanno considerati in maniera prioritari i fattori di vulnerabilità dell’individuo, sia biologica che psicologica, che sociale. La vulnerabilità non va però considerata come una condizione statica e immodificabile, ma, al contrario, come in continua modificazione nel corso della vita di una persona. In questo senso, “la vulnerabilità di una persona in ciascun momento della vita riflette una relazione di feedback accumulativo che si è sviluppata tra la predisposizione genetica dell’individuo e la storia globale della sua vita” (Perris, 1996, 23).

Dai risultati degli studi dell’approccio specifico e di quello della suscettibilità generale, possiamo desumere alcune osservazioni conclusive per comprendere più chiaramente la possibile relazione tra eventi problematici e salute.

Secondo Lazarus (1991) esistono due vie attraverso le quali la malattia è influenzata dallo stress associato agli eventi problematici della vita. In primo luogo, le emozioni coinvolte nelle situazioni stressanti possono risultare direttamente in disturbi fisici. Questo è il caso di emozioni negative marcate e prolungate nel tempo che, provocando modificazioni negli equilibri psicofisiologici, sono in grado di produrre disturbi fisici obiettivabili. L’effetto degli eventi, anche qui, non va inteso come diretto, ma come il frutto di stili disfunzionali nel fronteggiare e valutare le situazioni difficoltose e le emozioni che queste provocano nel soggetto. Certi stili cognitivi tendono, infatti, ad influire pesantemente sulla durata e l’intensità degli eventi problematici, in funzione della loro azione sul modo di valutarli e di reagire ad essi. La cronicità o ricorrenza di questi stili possono alla lunga danneggiare la salute psicofisica.

La seconda via attraverso la quale le esperienze stressanti possono influire sulla malattia è indiretta. In questa seconda ipotesi si considera il caso in cui il fronteggiamento inefficace può condurre a comportamenti dannosi, che sono in grado di influenzare pesantemente la salute. Ad esempio, quando lo stile valutativo e di fronteggiamento inadeguato è ricorrente o cronico, il soggetto può tendere al disadattamento e divenire incapace di raggiungere i propri scopi e incorrere spesso in situazioni di sofferenza emozionale gravosa, che potrebbe non essere necessaria se si attuassero valutazioni migliori degli effettivi ostacoli, della rilevanza degli eventi in gioco e delle proprie possibilità di superarli (Meichenbaum, 1990).

Inoltre, un’altra via indiretta di influsso sulla salute da parte delle esperienze stressanti è data dal fatto che alcuni individui tendono, di fronte all’incapacità di risolvere ed affrontare le difficoltà dell’esistenza ed il distress sollecitato, ad utilizzare comportamenti a rischio generalmente indirizzati a modulare le intense emozioni sperimentate, come l’assunzione di sostanze drogastiche, di farmaci, tabacco, alcolici, ecc. (Carver et al., 1989).

Iscrizione e Costi

Ammissioni

La partecipazione al Corso è riservata ai Laureati in Psicologia ed in Medicina e Chirurgia, iscritti ai relativi Albi professionali, previo colloquio individuale di ammissione.

Il Corso ha durata quadriennale e prevede 300 ore di lezioni frontali e training esperienziale e 200 ore di tirocinio annue.

Le lezioni si tengono in moduli di 3 giorni consecutivi – venerdì, sabato e domenica – dalle  ore 9,00 alle ore 18,00 – con cadenza mensile. 

La quota annuale di iscrizione e frequenza è di Euro 3.500.

 

Il pagamento va effettuato tramite versamento o bonifico bancario su:

c/c intestato a VIRGINIA BRACELLI S.P.A.,

IN FORMA ABBREVIATA V.B. S.P.A.

presso BANCA POPOLAREDI SONDRIO –

Filiale 440 ROMA – AG. 27

Codice IBAN IT73 O056 9603 2270 0000 3609X44

 

La domanda di Iscrizione, compilata sulla base del modulo scaricabile dal sito del Consorzio Universitario Humanitas (Clicca qui per scaricare il modulo), può essere inviata per posta elettronica all’indirizzo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.; oppure può essere consegnata a mano all’indirizzo “Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Humanitas c/o Corso di Laurea in Psicologia dell’Università LUMSA, Via della Conciliazione 22 - 00193 Roma”.

 

Numero allievi

La scuola prevede la ammissione fino ad un massimo di 20 allievi per ciascuna sede

Titolo conseguito

Specializzazione in Psicoterapia che abilita, ai sensi di Legge, all’esercizio dell’Attività Psicoterapeutica ed alla partecipazione ai Concorsi Pubblici nella Sanità.

ARTICOLAZIONE DELLA DIDATTICA

ARTICOLAZIONE DELLA DIDATTICA

La Didatticaè suddivisa in 2 bienni.

Nel primo biennio vengonofornite competenze cliniche Comportamentali (Analisi Funzionale e Modificazione del Comportamento),di Psicoterapia CognitivaStandard (quali, ad esempio, la REBT di A. Ellis) e di Clinica Psicoanalitica di base, applicate alla comprensione ed al trattamento dei disturbi psicosomatici,mentre nel secondo biennio vengono approfonditi invece Modelli Psicoanalitici più attuali, gli Interventi Esperienziali e Corporei (es.: Terapia Sensomotoria, Neurofeedback, Teoria Polivagale, ecc.), l’EMDR per il trauma ed i suoi correlati psicofisiologici e le procedure cliniche desunte della Terza Ondata della CBT (Mindfulness, Compassion Focused Therapy, Acceptance and Commitment Therapy, ecc.).

In particolare, gli obiettivi formativi sono i seguenti:

  1. permettere agli allievi di acquisire conoscenze e competenze procedurali necessarie per attuare un efficace intervento sintomatico e diretto sui meccanismi di mantenimento (cognitivi, comportamentali e psicofisiologici) del soverchio distress emozionale cronico e, dunque, in gran parte focalizzato sul corpo: Biofeedback, Neurofeedback, Training Autogeno, Terapia Sensomotoria, interventi ACT di accettazione dell’esperienza emotiva, Skills Training, ecc.;
  2. favorire l’acquisizione di abilità cliniche utili alla concettualizzazione ed alla modificazione delle variabili cognitive (schemi maladattivi precoci riferiti a se stessi ed agli altri, catastrofizzazioni, assolutismi, doverizzazioni, auto-disprezzo ed iper-criticismo, bias cognitivi iper-valenti, deficit metacognitivi, ecc.) e comportamentali (deficit nella regolazione e gestione delle emozioni, abitudini e stili di vita a rischio, ecc.) più prossime  rispetto alla genesi ed al mantenimento del distress emozionale sia cronico che acuto: Terapia Cognitiva Standard di A.T. Beck; Schema Therapy, Logoterapia di V. Frankl, REBT di A. Ellis, ecc.;
  3. interventi  Psicodinamici sulle variabili più remote (es.: esperienze precoci, traumi infantili, ecc.) che possono avere un ruolo causale cruciale rispetto all’attuale vulnerabilità al distress emozionale cronico quali, ad esempio: bisogni frustrati già nelle prime relazioni di attaccamento ed attualmente scotomizzati ed ignorati, insufficiente validazione della propria soggettività all’interno delle relazioni primarie di accudimento, stili di vita (es.: iper-lavoro, perfezionismo sistematico, ecc.) e valori esistenziali (es.: Ideale di Potenza, ecc.) a rischio, adottati come tentativo di compensazione rispetto a storie di vita dolorose o a specifiche esperienze traumatiche o evolutivamente inappropriate, invalidazione delle proprie emozioni e delle proprie esperienze soggettive; ecc.

Momenti e strategie della didattica e della formazione personale

La Formazione Clinicaeffettuata presso l’Ospedale Cristo Re, Via delle Calasanziane n. 25, 00167 Roma (Pineta Sacchetti) e presso il Polo Clinico Interuniversitario Humanitas, via G. Belli n. 86, 00193 Roma, hal'obiettivo di permettere all'allievo di iniziare a confrontarsi con il lavoro psicoterapico vero e proprio,attraverso l'analisidi cartellecliniche,l'osservazione di interventi psicodiagnostici e psicoterapeuticie l'affiancamento di psicoterapeuti esperti nelle diverse fasi dell'interventoclinico.

In particolare per laformazione clinica saranno utilizzate le seguenti metodologie didattiche:

  1. analisidellecartellecliniche
  2. analisi di interventi psicoterapeutici attuati da colleghi senior;
  3. diretta diinterventiclinici;
  4. compartecipazione adi nterventi clinici come osservatore silenzioso;
  5. affidamento di casiclinici sotto supervisione.

Laboratori esperienziali per losviluppo di abilità competenze propedeutiche all'attività psicoterapeutica. Durante il percorso formativo saranno attivati percorsi di apprendimento esperienziali per strutturare competenze su diversi piani quale quello corporeo,gruppale,ecc.(socialskillstrainingdinamiche di gruppo, progressive relaxation training,biofeed back training,ecc.).

Supervisione dei casiclinici realizzata con una modalità di conduzione tradizionale sui casi seguiti dall'allievo e con una conduzione in role-playing sui casi simulati.

Obiettivo della supervisione è di focalizzare i passaggi terapeutici particolarmente problematici di individuare le più efficaci strategie psicoterapeutiche.

Tirocinio di psicodiagnostica e psicoterapia realizzato sotto la guida di untutor ed elettivamente svolto presso le strutture cliniche dell’Ospedale Cristo Re e presso altre strutture, pubbliche e private, convenzionate conla Scuola,e che operano nel campo della salute mentale della psicoterapia. Esso prevede la conduzione, sotto supervisione di uno psicoterapeuta abilitato,di procedure ed esami psicodiagnostici e di trattamenti psicoterapeutici da parte degli allievi.

 

Contenuti caratterizzanti 

  1. Stress, coping e patologia psicosomatica;
  2. Modelli di interazione mente-corpo;
  3. Le patologie psicosomatiche: segni, sintomi, variabili eziopatogenetiche, meccanismi di mantenimento e stabilizzazione, ecc.;
  4. Darwinismo neurale e relazione cervello, mente e patologia psicosomatica;
  5. Psicoanalisi in psicosomatica;
  6. L'analisi del comportamento e le procedure di assessment CBT dei disturbi psicosomatici;
  7. L'analisi della relazione di attaccamento e dei pattern di strutturazione del Sé;
  8. La riduzione della vulnerabilità al distress emozionale cronico: rilassamento e regolazione delle emozioni, Mindfulness, Acceptance and Commitment Therapy (ACT), Terapia Razionale-Emotivo-Comportamentale (REBT), Terapia Sensomotoria, Logoterapia e vuoto esistenziale, ecc.
  9. La conoscenza dei sostrati e dei correlati neurobiologici delle emozioni, dei comportamenti e dei pensieri (neuroscienze, neuropsicologia, ecc.);
  10. La medicina comportamentale e l’intervento psico-sociale nella prevenzione del disagio e nella promozione della salute;
  11. I rinforzi molari impropri al disagio psicofisico ed il suo mantenimento oltre misura;
  12. Terapie corporee ed esperienziali;
  13. Relazione terapeutica e modificazioni psicofisiologiche: la Teoria Polivagale; ecc.


Pagina 9 di 18